UN PICCOLO… APPUNTO ESTETICO

(introduzione alla raccolta di poesie “Appunti di Viaggio”)

 

Come il bello e il brutto, il buono e il cattivo, il bianco e il nero, il dolore e la gioia, per sempre e mai più costituiscono concetti fondamentali del pensiero umano, il quale elabora le sue categorie secondo una logica dualistica e costituiscono quindi la polarizzazione, positiva e negativa, dell’istinto d’infinito che è presente in ognuno di noi, creature finite.

Anche la poesia, del resto, non è estranea ad un tale bipolarismo, fondata com’è su di una perfetta sintesi di frenesia estatica e razionalità estetica.

Per frenesia estatica intendo la spontaneità dell’ispirazione, l’attimo d’improvviso estraniamento durante il quale un altro io, dagli abissi impenetrabili dell’inconscio, riemerge in termini di pura emotività, e prende voce grazie al talento; volendo usare un’immagine figurata, si sarebbe portati a credere che in quegli istanti una voce parla in tua vece, un tuo vice scrive invece di te.

Questo materiale prezioso, emerso com’è dal risveglio degli archetipi, non è tuttavia pronto ad essere comunicato, necessitando a tal fine di una forma che ne consenta l’intelligibilità; si può senz’altro affermare, anzi, che la comunicatività di una poesia è in funzione diretta della sua forma, del progetto estetico-razionale che essa propone.

Se una tale premessa risponde a verità, non mi resta che accennare alle principali opzioni estetiche presenti in questa raccolta: i 30 appunti di viaggio sono stati composti in prevalente polimetria, sia pure in modo non esasperatamente conforme alla tradizione, sia perché si è fatto ampio uso di versi che non si ascrivono pienamente alla tradizione italiana, come decasillabi e dodecasillabi, sia perché, di fatto, smagliature metriche sono state talora tollerate, se non appositamente ricercate. Tuttavia, dalla polimetria non mi sono sentito di prescindere affatto giacché (ma questa è solo una mia opinione) la versificazione sillabica resta a tutt’oggi la forma di versificazione paradigmatica, dal momento che consente collaudate soluzioni ritmiche e musicali, e ciò al di là delle pregiudiziali ideologiche o dietrologico-culturali.

Accanto alla versificazione sillabica polimetrica, comunque, sono presenti anche schemi metrici accentuativi nonché, in talune poesie, accenni ad una ritmica per gruppi semantici, per periodi piuttosto che per sillabe, versificazione che taluni studiosi tendono oggi ad indicare con il termine di “colica”; rare volte, infine, l’incastro polimetrico si presenta a tal punto allentato da confluire nella libera ed istintiva versificazione.

In conclusione, l’avere esternato al lettore le premesse estetiche dei miei appunti nulla aggiunge al valore oggettivo degli stessi, il quale è dato solo dal consenso emotivo che in concreto sapranno riscuotere, e non dal grado più o meno avanzato delle soluzioni stilistiche esibite; le quali, considerate per sé sole, costituiscono solo artifici estetici, meri tecnicismi, versi sofistici oltre che sofisticati.

I poeti non sono scienziati, ricordiamolo, e neppure sono filosofi, e l’obbligazione artistica che il poeta contrae col lettore, mutuando un’espressione giuridica, non è un’obbligazione di mezzi, bensì di risultato!

Del resto, un poeta deve sempre porsi l’obiettivo dell’accessibilità della propria poesia, questo mi sento di asserire con certezza, e una poesia che non sia espressione di comunicazione, che non si accolli, in altre parole, la responsabilità della sua destinazione al lettore, è poesia priva non solo di intelligibilità, ma credo (mi si perdoni il piccolo appunto estetico) finanche di intelligenza.