CANTARE NEL TEMPO DEL DISINCANTO

(Introduzione alla raccolta di poesie “Canti postumi”)

Vi chiederete come si possa cantare nel tempo del disincanto…

E quando scrivo “tempo del disincanto” intendo riferirmi ad una dimensione personale, senza la pretesa di attribuirvi alcun significato storico o culturale, giacché io sono uno di quegli ultimi nostalgici che credono ancora nella forza poetica del proprio vissuto, nel valore esemplare dell’esperienza, nel primato dell’io.

Va da sé che il lutto costituisca, in questa raccolta, una presenza che taluni giudicheranno troppo ingombrante, sennonché è mia ferma volontà non frapporre alcun filtro tra emozione e poesia, convinto come sono che la resa della seconda  (almeno nel mio caso) dipenda dalla capacità di intercettare la prima e di tradurla in versi, senza troppi orpelli che ne disperdano il calore, ne spengano la fiamma primigenia, quell’ancestrale forza comunicativa che l’emozione e soltanto l’emozione possiede.

Il tempo del disincanto, come dicevo, poiché nella vita a volte si dà per davvero un momento, una data, a partire dalla quale il parlare di morte non sgorga più dalla regione del cuore bensì diviene un affare di stomaco, di pancia, un germe che s’intigna fin dentro alle viscere e infetta ogni angolo più recondito del corpo e della mente, proprio come il cancro che ha divorato mia madre.

Ma la vita, poi, vince sempre – questo mi sento di asserire con certezza -, presto o tardi riprende il sopravvento, come un fiume in piena che rompe gli argini della desolazione, un conquistatore dispotico che abbatte le porte della disperazione e torna a portare luce in casa, a restituire colore alle immagini dopo il tempo del lutto, a volte perfino in pieno periodo di lutto, come – talora anche provocatoriamente – ho provato a descrivere nei canti che seguono.

Ecco spiegato, allora, come si possa continuare a cantare nel tempo del disincanto: di un canto che, però, come il titolo della raccolta suggerisce, per essere rivolto ad una bellezza che tanto più attrae quanto meno restituisce calore, proprio come la fronte di una madre al momento dell’ultimo bacio, d’ora in poi non potrà che essere postumo.