L’ULTIMO VOLO (IN RISPOSTA A DUE AUTOREVOLI STRONCATURE)

(2^ appendice alla raccolta di poesie “Il bicchiere mezzo pieno)

Queste mie riflessioni originano da un aneddoto.

Accadde che mio fratello Sergio, di propria iniziativa, inviasse tramite whatsapp una mia poesia a F.A., poeta che aveva conosciuto in Irpinia e che frequentava più o meno assiduamente, tanto da esserci entrato in una discreta confidenza.

La poesia di cui si tratta e di cui mio fratello chiedeva un’opinione è “L’ultimo volo”, il resoconto doloroso dell’ultima volta in cui mio padre, ormai anziano e al capolinea della vita, era salito a trovarmi da Napoli a Bologna.

Quella poesia, in particolare, conteneva un passaggio in cui la sagoma del padre che dormiva serenamente, quasi in posizione fetale, si trasfigurava nell’immagine di un angioletto che il figlio,  fattosi padre, in quel momento chiedeva a Dio di prendere con sé.

Ecco la strofa di cui si tratta (la seconda della poesia):

tra cicli e ricicli

corsi e ricorsi

andate e ritorni

quanto vorrei che tornassero quei giorni

tutta la mia forza ti darei

per tirarti un poco su

adesso che ti stendi sul mio letto

e dormi che somigli a un angioletto

ti accosto su il lenzuolo e prego Iddio

di liberarti in volo e nulla più

E questo è il commento che giunse al cellulare di mio fratello, fedelmente trascritto dall’originale audio:

“La seconda strofa è un po’ troppo crepuscolare, pascoliana, e comunque con un lessico, e anche con una sintassi un po’, diciamo, desueta, no? Per me è meglio usare una tonalità più contemporanea, sia come lessico che come proprio intonazione dei versi, no, non è che uno… non ha molto senso andare su un’intonazione pascoliana o queste cose qui. Magari… lui insomma… a volte lo fa di più a volte lo fa di meno, in questa poesia è nettamente migliore secondo me la prima strofa, la seconda diventa, appunto, quella roba lì… Comunque, poi, ovviamente, deve fare quello che sente ed io ho detto solo la mia impressione”.

In quel periodo accadeva, inoltre, che io frequentassi il salotto letterario di C.D., una nota poetessa di Bologna e che, in seguito ad uno di quegli incontri, le inviassi la poesia unitamente alle impressioni recentemente ricevute.

Anche tale poetessa affidò i suoi commenti ad un messaggio audio che mi inviò su whatsapp, di cui trascrivo la parte saliente e con la quale, sia detto a scanso di equivoci, non mi trovo a priori in disaccordo, così come posso pure condividere, su di un piano strettamente formale, le obiezioni precedentemente ricevute sugli attuali limiti del mio linguaggio poetico.  

Ad ogni modo, questo è stato il rincaro:

“I sentimenti che tu esprimi sono sentimenti sinceri, vivissimi, importanti, filiali, tutto quello che vogliamo, e su questo ci sta, sono d’accordo che si possono esprimere, che si possono dire, che si devono dire, però su quello che lui ti dice, e che un po’ ti avevo detto anch’io se ti ricordi, è lo stile… lo stile che è un po’ datato, perché, in effetti, tu usi alcune parole e una modalità anche di espressione un pochino… insomma: la parola “desueta” che lui dice non è sbagliata, sai? Oggi c’è un approccio un po’ più, diciamo, moderno, un po’ più contemporaneo, un po’ meno… languido, ecco, anche un po’ languido l’ho trovato! Io, premesso che amo la poesia lirica, ma qui non si tratta di lirismo, qui si tratta proprio di utilizzare il tono giusto e le parole giuste che, secondo me, studiandoci un pochino, magari ricercando dei sinonimi, ricercando anche delle assonanze, tu potresti trovare […] La lingua va un pochino svecchiata, ma non è, come ti posso dire, un commento negativo, è un commento che, diciamo, attiene alla modernità del linguaggio, perché il compito del poeta è anche quello di rimodernare le parole, di cercare delle parole nuove, capito? Per esprimere anche dei concetti vecchi, anche dei pensieri vecchi; vecchi… cioè: attualissimi voglio dire! Vecchi nel senso di pensieri che comunque tutti possiamo provare in qualche modo, capito? Quindi, secondo me, se tu ci lavori un po’ su quella seconda parte, e la sfrondi da un po’ di sentimentalismo, ripeto, nelle parole non nel sentimento, vedrai che ti trovi un risultato che ti piace di più”.

Devo confessare che la mia prima reazione, di fronte a questi due pugni così bene assestati al mio ego letterario (perché di questo si tratta, al di là dei toni garbati), fu di vergogna e di stordimento: per diversi mesi non ebbi più il coraggio di aprire un solo file dei miei componimenti, che d’un tratto mi parvero tutti irreparabilmente miseri, brutti, indegni di venire alla luce. Passarono così non meno di sei mesi, nella totale abiura e rimozione di tutto ciò che avevo fino ad allora scritto, dopodiché, poco alla volta, timidamente, ho imparato a convivere con quei giudizi ed a prenderne perfino le distanze.

Mi sono detto che quei suggerimenti, ispirati ad una logica di pura tecnica letteraria, non cogliessero nel segno quanto alla sostanza poetica della strofa, giacché la fragorosa contraddizione di un padre allo sfacelo fisico che, tuttavia, sul letto del figlio si sente come protetto e, mentre riposa, agli occhi del figlio si trasforma in un angelo, così come l’invocazione a Dio di sollevare quell’angelo da tutte le sue sofferenze terrene e di liberarlo in volo (fatta da me che sono ateo, oltretutto…) non avrebbero meritato di venire apostrofate come un’immagine pascoliana o crepuscolare (sottintendendone  l’anacronismo stilistico), dal momento che l’emozione che vi è contenuta è autentica, è espressione di una pietas filiale che non soltanto trascende la matrice cristiana quanto, soprattutto,  non ha tempo: non c’è alcuna retorica in questo, c’è solo un ribaltamento di ruoli tra padre e figlio che la poesia s’incarica di descrivere compassionevolmente non meno che dolorosamente, c’è la dolorosa trasfigurazione del padre agli occhi di un figlio che, di lì a poco, avrebbe dovuto dirgli addio.

Dove scorgono, i miei autorevoli colleghi del verso, traccia di retorica in questo passaggio? Dove il compiaciuto languore e la conseguente caduta di stile?

Rimango, invece, dell’opinione che il ritorno ad un po’ di pathos nel verso, il recupero di una scintilla del fuoco antico, oggi non guasterebbe e se ne torna ad avvertire il bisogno: oggi si scrive con la ragione, non più col sentimento, e a questa aberrazione i tecnocrati del verso danno il nome di modernità.

Con questo non intendo di certo tributare questa mia sprezzante definizione ai miei due autorevoli recensori ai quali, al contrario, va tutta la mia stima letteraria; allo stesso modo, non ho alcuna difficoltà a riconoscere che i loro rilievi – ripeto: dal punto di vista formale – possano cogliere pienamente nel segno: ne sono consapevole anche io, sennonché non so scrivere altrimenti e neppure riesco a togliermi dalla testa il sospetto che, se provassi a scrivere diversamente, mi sarebbe preclusa ogni possibilità di comunicazione poetica: che il mio fare poesia, in altri termini, per conservare tutta la sua autenticità, per continuare a trasmettere quel nucleo di poetica verità di cui sia capace, non possa prescindere proprio dallo stile che mi viene criticato!

Dopodiché mi domando: ma davvero, alla resa dei conti, il mio stile è così datato?

Le due critiche che mi sono state rivolte, così come i suggerimenti che mi sono stati offerti da entrambi i poeti (e di cui sarò sempre grato, lo dico senza alcuna ironia o acrimonia), mi forniscono il pretesto per provare a meditare anch’io una modesta riflessione sull’attuale stato della poesia contemporanea in Italia…   

Al riguardo, la mia modesta opinione è che la poesia attuale, in Italia, si trovi polarizzata ai due estremi della prosa didascalica e di una fumosa lirica ermetica (e ciò al netto di tutta quella prosa retorica, mascherata di poesia, di cui traboccano i concorsi letterari e che attinge, con puro dilettantismo, alla cronaca di tutti i giorni): la prima, quella che ho definito prosa didascalica (e che sarei tentato di bollare, anche, come “poesia pedagogico/demagogica”), è spesso caratterizzata dall’uso del noi o del voi seguiti da imperativi morali e/o comportamentali, con ampio utilizzo delle figure retoriche di ripetizione; una siffatta poesia determina un appiattimento della complessità a favore di una versione edulcorata e consolatoria dell’esistenza, realizzando un effetto che, parafrasando Milan Kundera, si potrebbe definire di kitch poetico, in cui ogni diversità viene ricomposta seguendo la grande marcia in avanti verso la fratellanza di uomini e cose, un afflato universale che il poeta, facendo uso della sua sensibilità medianica, può scorgere dietro ad ogni manifestazione del creato, in accordo categorico con l’essere; la nuova poesia ermetica, al contrario, immette una percentuale molto consistente (mi si consenta, anche qui, un’immagine colorita a mo’ di provocazione) di “aria fritta” all’interno del verso; ciò comporta un effetto di frastornamento del senso, una tecnica di deragliamento che, quando viene impiegata in modo insistito e ridondante, compromette la comunicazione poetica del senso a favore di una “sensazionalità” del tutto libera e soggettiva e, perciò stesso, inconsistente; il testo viene anabolizzato tramite un uso abnorme della metafora e di figure retoriche affini che rendono il verso poetico oltremodo denso e nebuloso: per converso, il suo significato diventa impalpabile e aleatorio per cui, in questo contesto, figure come analogia, catacresi, metonimia, paronomasia, sineddoche, sinestesia e chi più ne ha più ne metta diventano uno strumento solipsistico a disposizione di un poeta che antepone al significato oggettivo del testo il proprio compiacimento letterario! La conseguenza è che il significato del testo non sgorga più dalla penna dell’autore per trasmettersi integro al lettore (sia pure filtrato dalla sua sensibilità e declinato, quindi, per ogni singolo lettore), bensì si disgrega all’atto del suo farsi, di modo che, al lettore, possa ingenerare al più un’impressione, una mera sensazione, essendo del tutto pregiudicata la possibilità di individuarvi un significato concreto e definito! Un gioco sofistico prima ancora che sofisticato: ma nulla più!

Certo deve apparire alquanto bizzarro che proprio io, fervido sostenitore della lirica, debba in questa sede rassegnarmi a prenderne le distanze di fronte ad un suo impiego così disinvolto e arbitrario: proprio io che, ancora nel saggio precedente, mi sono sperticato in una sua appassionata difesa; ma tant’è: a mio modesto avviso la poesia – la vera poesia – si può rinvenire solo in quella difficile fascia di mezzo tra le due polarizzazioni prima accennate, giacché una poesia è tale solo quando rifugga ugualmente sia dal conformismo didascalico che dal narcisismo lirico, che infestano gran parte della nostra poesia contemporanea; altrimenti detto, quando sia “etica” senza cadere (o meglio: scadere) nella “retorica”, ossia in una prosa talmente assertiva, quasi didattica, da suscitare fastidio nel lettore e, al tempo stesso, in un “lirismo” fine a sé stesso, funzionale soltanto a un’autocompiaciuta rarefazione del senso all’interno del testo poetico.

Se quanto detto è vero, allora, mi torno a domandare: è davvero così anacronistica una poesia che decida di affidare il proprio senso al ritmo e all’intonazione piuttosto che scendere in prosa o innalzarsi fino alle supreme altitudini della lirica pura? Una poesia cioè che, respinta ogni tentazione di conformismo didascalico o di babele lirica provi ad affidarsi allo strumento musicale, salvaguardando il significato del testo? Il ritmo, l’intonazione, la rima, la prosodia, benché siano oggi reputati, dai più, alla stregua di strumenti vecchi e anacronistici, non restano tuttavia dei velocizzatori, degli acceleratori dell’atto di trasmissione emotiva che è insito nel fare poesia? Non costituiscono ancora (né si vede come potrebbero mai perdere una siffatta funzione) dei formidabili veicoli, dei collettori che permettono al nucleo di verità poetica di trasferirsi integro dall’autore al lettore, con intensità addirittura potenziata come nella grande poesia?

Dopodiché mi taccio. Alla luce della ridotta capacità poetica che va ascritta ai miei versi credo di aver parlato, forse, sin troppo!

Colgo l’occasione per ringraziare i miei due recensori per il loro contributo, due rare isole nell’oceano di indifferenza che ha sempre suscitato questa mia attività; certo, riconosco che vi ha contribuito anche il mio riserbo, la mia incoercibile incapacità di salire su di un qualsivoglia palco, così come su di un qualsivoglia carro.

Ringrazio anche chi verrà dopo di me, per tutto il tempo che vorrà dedicare ad un poeta borghese, anonimo e modesto come fui io (come scrivo in “Le cose che restano”): a coloro che mi leggeranno andrà tutta la mia gratitudine, così come a chi, dopo avermi letto, mi ritroverà dentro al suo cuore, andrà il mio postumo abbraccio.