20.11.2015

Dopo che una lama ebbe scavato

fino a dove il male era arrivato

e dopo che nel ventre è dilagato…

sulla fossa sepolcrale del tuo viso

rispunta

quella grinta nobiliare

fiera ed altezzosa

perfino un poco superbiosa

che certo dovevi sbandierare

nel fiore della tua giovinezza

quando trascorrevi le serate

tra feste e balletti dati in casa

prima che il tuo spirito ribelle

ti votasse al sacrificio

di un esilio borghese

Perché la vita, rivista dalla fine

davvero si fissa in un’immagine

mentre dal basso

ai piedi dei tanti scalini

dei mille domani della tua assenza

mi pare una voragine agghiacciante

che inghiotte e cancella ogni cosa

ogni istante che con te ho vissuto

perfino questo mio ultimo saluto

Vorrei saltare in questa culla di legno

e accucciarmi su di te

sul tuo grembo allagato da un liquido ferale

da un brodo terminale

dove tu già mi attendi

e dove io ritornerò

mamma

CRONACA DI UN MINUTO

Dal tuo liquido fetale

dal brodo primordiale del tuo grembo

nacqui io

quarantasei anni orsono

per cui mi tocca in sorte starti accanto

innanzi a questo letto d’ospedale

e all’alba di un notturno capezzale

stringerti la mano

scheletro di mamma

fossile uccellino

manico di scopa

tronco manichino

tu che gli occhi scandagli nel vuoto

la bocca spalanchi

e coli feci liquide dal naso

Poi, ad un tratto, la gola che gorgheggia

gli spasmi a denti stretti

del cuore che si ferma

e un inizio di pianto

in fine

Sul tuo capo riverso

sui cespugli di capelli

ho versato tanti baci

e poi, con gesto istintivo

ho chiuso i tuoi occhi

ISTANTANEA DI UN MISTERO

Cos’è quest’indizio di pianto

che a cuore già fermo

riveli sul viso?

Forse che infine hai compreso?

Quel che resta, dopo un istante

ciò che all’istante si arresta

non è che uno sguardo ormai spento:

due palpebre fisse a mezz’asta

ULTIMO BACIO

Quant’è freddo quest’ultimo stanzino

dentro cui ce ne stiamo radunati

separati da te da una raffica mortale

dal getto micidiale di un condizionatore…

Da poco sono usciti gli infermieri

che a lungo avevamo supplicato

di scendere qui sotto

per strapparti di dosso quegli odiati tubicini

quegli orribili sondini installati nella pancia

e adesso sono a loro subentrati

gli esteti della morte

che un tocco daranno al tuo ghigno rassegnato

per poi sigillare

la tua porta per sempre

Così, varcata la gelida folata

mi accosto alla tua fronte fatta fredda

per riporre nel tuo pugno

una foto di mia figlia

e fissare frastornato

il tuo volto di bambina

che mi pare di aver scorto qualche volta

negli anfratti delle chiese

sotto lugubri campate

con quel nastro avvoltolato sulla testa

mi ricordi una sovrana angioina

sulla quale mi chino

e alla quale m’inchino

un’ultima volta

REGINA NELL’URINA

Ti issiamo di peso dal letto

i piedi ti infiliamo in pantofole di spugna

ed eccoti alzata

che avanzi solenne

lasciando una scia

al punto che ci sembri una regina

col suo strascico di tubi

e sacchette per l’urina

che trascini verso il bagno

fino al lavandino

dove ti sciacqui un pochino

provi a rassettare i tuoi capelli

e a bere un sorso d’acqua

giusto per bagnare un po’ la bocca

quand’ecco che ti tremano le gambe

e allora sei costretta a ritirarti

poggiata sulle braccia dei tuoi figli

sul tuo logoro lettino…

Ed io che mi annoto tutto questo

e vedo con quanta dignità

tu affronti il tuo destino

perfino ora, che il futuro precipita

e il presente è un lumicino

tu riesci a mantenerti una signora

e ad opporre la fierezza di un contegno

allo squallido declino del tuo regno

ALLEANZA DI SANGUE

L’infermiera col camice verde

è bella e procace:

ci fa capolino

controlla il sondino

mi passa poi accanto

ed io che mi giro a guardarla

da dietro, per apprezzare il suo retro…

E tu che ti godi la scena

da sotto i tuoi tubi

mi fai l’occhiolino

mi burli perfino

e un po’ ti compiaci

da complice mamma

del nostro segreto

ACCANIMENTO

A cosa stai pensando

così assorta e remissiva

mentre attendi rassegnata il tuo turno

parcheggiata s’una sedia a rotelle

nel reparto di radiologia

in attesa dell’ultima lastra

di un’ultima accanita speranza

nel via vai di chi entra e chi esce

con scarpe firmate ed abiti alla moda

che sembrano annunciare l’arrivo delle feste

mentre tu stai seminuda

un tremulo uccellino

vestito di una logora sottana

i piedi che calzano due babbucce sfondate

una corta copertina sulle gambe

e la pelle raggrinzita delle spalle

saldata su scapole sporgenti

su flosci monconi di braccia:

a cosa stai pensando, mamma?

Poi finalmente è il tuo turno:

ti invitano a tenerti sulle gambe

e tu per non cadere

ti aggrappi ad uno schermo

così che ti possa contemplare

svestita ed avvinghiata come stai

nell’orrore del tuo disfacimento:

e nel gioco di crudeli accostamenti

mi ricordi un’anoressica balena

spiaggiata e spiaccicata sulla riva

oppure un vecchio abete natalizio

dai rami disadorni e raggrinziti

o infine ti collego ad una pera

dal nòcciolo rigonfio e infracidito…

Ma ecco che ci siamo:

“non respiri signora

e resti immobile

finché non l’avvisiamo”

COSA VEDI?

Con gli occhi sgranati nel vuoto

che guardano fisso all’insù:

cosa vedi, mamma

cosa vedi?

E mentre ti grido il mio nome

e tu li strabuzzi sui miei

come dal retro di un foglio

come dal fondo di un vetro:

ma mi vedi, mamma

ma mi vedi?

TI FACCIO UNA SORPRESA

Son tornato in tutta fretta a salutarti

poco prima di salire su di un treno

che il mio corpo condurrà assai lontano

sui binari di un diverso destino

nel mentre a baciarti m’inchino

e incrocio il tuo sguardo pesante

mi fermo a osservare un istante

le labbra così screpolate

su cui si rapprendono croste

di sangue bluastro e turchino;

quel nobile naso aquilino

a cui sono tanto legato

che adesso si trova intubato

da un gastrico e doppio sondino;

le ciocche di estinti capelli

così spettinati e sparuti

che invano vorresti acconciare

con l’uso di un tuo pettinino

e poi soprattutto i tuoi occhi:

due palle rotonde e sporgenti

che accentuano il viso scavato

e in fondo a un mortale pallore

esprimono ancora un conato

un tale tuo sforzo di vita

da accapponarmi la pelle

mentre sto già sulla soglia

e fingo uno ciao incoraggiante

mai mi sei apparsa più bella, mamma

come in quest’ultimo istante!

METTIAMOCI UNA PIETRA

Ci son volute

otto braccia nerborute

per issare la pietra

e calare la cassa

nel tetro ipogeo

dove da oggi starai

tra legni schiantati dal tempo

ed altri cosparsi di licheni

così da rinchiuderti qui

con i tuoi morti

E mentre la vita riprende

il corso normale

e noi ci riuniamo la sera

davanti ad un telegiornale;

e mentre la casa riacquista

la luce usuale

e noi ci mangiamo un boccone

facendocene una ragione;

e mentre di fuori imperversa

il Santo Natale

e noi rasentiamo vetrine

che ostentano luci e palline

io penso che adesso stai lì

a decomporti

POESIA A MONTECASTELLO

Folate di vento sui tuoi fogli multicolori

sopra i tuoi svolazzanti lavori

che atterrano in fondo ad una piazza gremita

in mezzo ad una folla divertita

per la quale non esisti

ma in attesa della quale tu resisti

appollaiata sul tuo tavolone

sui tuoi uccellini in bella esposizione

mentre io porto a spasso il nostro amore

e raccolgo calcinacci

da riporre sul bancone

che tu nel frattempo hai ricoperto 

di un telo trasparente

contro i primi accenni di acquazzone…

Ma ecco che rischiara…

la folla incuriosita si riversa

sulla tua postazione

ed io intravedo che gesticoli

con le ali del tuo cuore

al punto che mi sembra di sentire

quell’antico cinguettio

quell’acuto pigolio

che pare fuoriesca dai tuoi uccelli

mentre prende voce dal tuo io

che ancora mi commuove

come un’armonia

come una canzone

di cui, pur non cogliendo le parole

riesca ad afferrarne la poesia

SPETTACOLO IN CUCINA

Lo sforzo che ci metti

per resistere in cucina

al termine di un pasto vegetale

che tra poco, sta’ pur certa, ricaccerai

nel tuo lurido catino

con il collo reclinato

la testa poggiata sulla tavola

(la tua fronte tra gli avanzi della cena)

pur di essere con noi

che invece manteniamo lo sguardo

rivolto al teleschermo

sui flash di un notiziario serale

che riempie la stanza di un ronzio familiare

di un rumore domestico a cui ci abbandoniamo

con distratta nostalgia…

Ma non credere, mamma

io lo so che stai finendo

lo sappiamo: stai morendo

ma stasera preferiamo

attaccarci al teleschermo

e goderci lo spettacolo

ben più rassicurante

di stupri e sparizioni

di bombe che piovono dal cielo

di devastazioni

UNA FOTO A CAMOGLI

“Papà, zia, sorridete” … click!

Una foto a Camogli

in un giorno piovoso

con l’amata sorella

con la quale ti concedi nientemeno che un sorriso

si direbbe quasi un guizzo di allegria

che un pochino mi fa rabbia se ricordo che a Cetara

pressappoco un anno fa

quella smorfia non l’avevi

allorquando, a passeggio con la mamma

dopo un pranzo un po’ affrettato

fu soltanto con l’inganno che ti estorsi un primo piano 

un fermo immagine greve ed imbronciato

Ma poi penso che sei fatto così:

son questi i chiaroscuri del tuo cuore

gli sporadici barlumi

che attraversano la cappa

del tuo livido umore

o forse è il retaggio di un’antica leggerezza

di quella giovanile frivolezza 

che ragazzo ti portava

a riporre nel futuro una fede sconfinata

a calciare in rovesciata

nella porta della vita

e che il tempo mano a mano si è fregiato di sottrarti

per lasciarti fatto adulto

con un tarlo quotidiano:

questo cancro infiltrante che attecchì nella famiglia  

per la quale mamma è morta

e che tu sopravvivi

consumandoti poco a poco

piano piano

“Papà, zia, sorridete”… click!

LO SPIONCINO DI GESUALDO

Ho scoperto un piccolo spiraglio

ai piedi della cripta

un infimo spioncino

protetto da una grata a maglie strette

su cui, se premo l’occhio

e armeggio con la luce

del mio telefonino

prima o dopo un fascio entra

e piano si fa strada

nel vano sempiterno in cui dimori

Ed è allora che tu affiori

dal buio sepolcrale del tuo regno

o almeno giurerei di intravvederti

tra i lucidi riverberi del legno

al punto che mi sembra di toccarti

coprendo una distanza siderale

durante una vertigine abissale

in cui per un istante

torno a starti accanto

Altro non mi è dato in questa vita

mamma, oltre non mi viene consentito

e il mio unico conforto per sentirti più vicino

è varcare l’infinito

da quest’infimo spioncino

UNA SERATA PARTICOLARE

Quant’è bella e strana e sorprendente la vita…

Avanzo per un po’ con tuo marito

le figlie strette in braccio

diretti in tutta fretta al ristorante

con te che mi stai innanzi

e corri a perdifiato con mia moglie

Poi, in trattoria

le piccole si annusano

si piacciono, pare che si scelgano

quasi s’intendessero da sempre

al punto da trasmetterci allegria

tra fiumi di buon vino

e i fumi di un brodoso tortellino

Ed è osservando loro che comprendo

come noi su questa terra

siamo tutti dei frammenti

meteorici frantumi di un principio

che permane in ogni cosa

come schegge di un mosaico

che a me piace pensare

si ricomporrà

all’alba di una vita

che per sorte non conduca più alla morte

e l’amore non traduca più in dolore