LE PAROLE DISPERSE

Poeta lo è

chi non sa di esserlo

e sparge tutti i suoi appunti

lungo il cammino

come tanti semini

che altri raccoglieranno

Poeta lo è

chi non ambisce

ai fasti del tempo

non soffre la competizione

e nemmeno si prostituisce

per un’effimera pubblicazione

perché si contenta per cena

di prendere il pane

di darne ai suoi cari

e dopo nutrirli coi versi suoi rari

Poeta sei tu, zio

che ogni tuo scritto hai bruciato

per essertene poi riappropriato

quando nel forno ti hanno calato

così da risorgere in fumo

fuliggine, pulviscolo e cenere

che un rigido giorno d’inverno

mentre in silenzio stavamo

un nero condotto disperse

nell’aria che respiravamo

AUTUNNO SUL NAVILE

E chi mi avrebbe detto dell’autunno

l’estatico declino

quando il sole depone sulle foglie

il suo biondo colore

le strade tramutano in tappeti

sulle auto si posa la brina

e la bruma nell’ovatta confina

i suoni ed i clamori

ed è allora che si può respirare

a pieni polmoni

la fresca ebbrezza della fine:

quando finanche l’attesa

della morta stagione

ispira bellezza

Perlustriamo uno stretto sentiero

tra due rivoli d’acqua

che scorrono lenti

tra file di alberi con le dita all’insù

che grattano le gru di comparti in costruzione

e lieti ispezioniamo le case di manovra

gli antichi sostegni in rovina

fino ai bordi di un moderno viadotto

che sordi attraversiamo

sotto il rombo dei motori con rimorchi

dei pesanti avantreni…

Così, tra foglie che svolazzano

e noi che ci svaghiamo a catturarle

riprendiamo la strada del ritorno

fino al ponte che è detto “della bionda”:

qui ci fermiamo a salutare

le tante foglioline cadute

che scendono alla foce

come flotte di barchette

in cerca di una rada

schiere di animelle perdute

che avanzano, si voltano

per poi dileguare

almeno così ci pare

là dove scorre l’autostrada 

TEMPI MOLLI PER LA LIRICA

Parafrasando Brecht

Del Reno che attraversa tumultuoso

la giungla di cemento dell’uomo

le chiuse ed i sostegni

le case di manovra

gli antichi battiferri

i campi coltivati

le fosse ed i canali

i rivoli tombati

non resta che un patetico rigagnolo

che passa dietro casa mia

Qui, seduto allo scrittoio

davanti a una finestra

con gli occhi al teleschermo

non sento la minima vergogna

né provo alcuno scherno

nel fissarmi sui miei versi

e limare le mie rime

sugli alberi in fiore

di questi tempi così molli

che oggi noi viviamo

mentre l’aria di fuori mi consegna

uno stato di euforia:

una strana frenesia

s’installa nel mio cuore

che sogna…

una vaga fantasia

v’instilla un nuovo amore

che agogna…

Ma non di avventura, no: questa sera è foriera

di una pace artificiale

col suo bel telegiornale

il suo film su tal canale

e poi… di una notte gutturale

di una sveglia al cellulare

di una corsa per raggiungere una sedia:

da una fame ad un’inedia

e poi… di un’altra sera uguale

mentre accosto i battenti

e l’aria di fuori si fa pregna

non so di quale odore andato a male

come di tanfo di canale

di fogna

FESTA D’ESTATE

Per il 1^ anno di Elsa Jutta

Festa d’estate

refluita dentro a un salotto

a causa di un acquazzone

tra detriti di giochi per terra

io non so dove mettere i piedi

per cui su un divano mi stendo

mi guardo un po’ intorno e mi arrendo

tra le strida di bimbi affamati

e le risa di facciata degli adulti

che so di ostentare pure io, sul mio viso

Certo, anch’io sono giunto

mi dico, ho varcato la soglia oramai…

Ma dimmi, superstite amico

se lo specchio dei miei occhi non tradisca

più la foia di un morente bambino

o la noia nascente di un vecchio

RONDINI E PICCIONI

Funerali di Lucio Dalla

Piazza Maggiore, 4 marzo 2012

Se penso che di fronte a questo bar

accanto a San Petronio

discesi io, per la festa del mio matrimonio

ed ora sali tu, nell’intervallo del tuo divenire…

E che tu fino a ieri calpestavi

ciò che domani percorrerò io

d’ora in avanti, di qui a venire…

Senza possibilità di incrocio

tra una rondine vestita da scimmione

che in tanti sono accorsi a salutare

nell’umana fiumara

della sua piazza grande

e un anonimo piccione

che raccoglie i chicchi che tu spargi

al tuo passaggio:

una scia di note dalla bara…

LA VITA FINISCE DOVE COMINCIA

Dopo la proiezione del film “Edipo Re” di P.P.P.

Piazza Maggiore, 8 luglio 2013

In coda al tuo film

ci annunci solenne:

la vita finisce dove comincia

Ed io, in coda alla mia

vorrei finire…

Deposto nell’umida terra

Esposto in amniotica serra

Dal grembo natale del nulla

Al letto mortale di una culla

CONTATTO

Mi porgono un camice verde

lasciandomi a un vetro da te

piccola Gini

percorsa da aghi e sondini

con gli occhi serrati

che apri di scatto

sulle ombre del mondo

fin quando ad un tratto

li posi sui miei

creando… un contatto

Se in loro un messaggio ho trovato?

Io penso di si

Se un senso al mio viaggio va dato

io sento che è lì

Ed allora mi domando se non sia

il momento di lasciare la poesia:

la patetica vittoria

di affidare a qualche rima

ogni mio risarcimento

e imparare ad accettare questa vita

questa mia fugace storia

che proseguirà

immortale ed infinita

solo dentro questi occhi

nella loro memoria

PASSAGGIO DI CONSEGNE

E’ stato bello vedervi

questo fine settimana

stanchi genitori miei

rompere i vostri argini

di rassegnata esistenza

superare i vostri confini

di complice rinunzia

e sforzare le vostre gambe inflaccidite

i vostri piedi induriti

per salire fino a noi

che ci siamo prodigati ad accogliervi

e a scambiare ragù e tagliatelle

con i vostri babà e sfogliatelle

E poi, a passeggio nel presente

o di passaggio nel passato

a chi importa sotto quale delle torri

di Bologna o di Rovigo

fuori quale delle case

abbiate ricacciato i bui pensieri

abbiate rischiarato i vostri umori

più neri

Stamane, al laghetto delle papere

nel fitto luccichio dell’erba

sembravate due colombe

intente a tubare

a prendere con voi tutto il fresco dell’aria

tutto il caldo della terra

Ed ora che vi seguo con lo sguardo

varcare sottobraccio la stazione

io sento di aver fatto del mio meglio

in questo breve fine settimana

così come per tutta questa vita

che a noi non fece mai alcuno sconto

a noi non rese mai un rendiconto

e mentre già sfumate alla mia vista

santi genitori miei

capisco in quest’istante che ci resta

che il treno è in partenza

ed io sono pronto

TESTAMENTO DI NEVE

E’ caduto più di un metro di neve

qui a Corticella

le strade sono tutte ingombrate

le auto si sono tramutate

in bianchi pupazzi con le lenti

e i manti asfaltati e di cemento

in sentieri di montagna

dove affondano i miei piedi

protetti dentro scarpe impellicciate

trascinando il mio ginocchio ancora gonfio

da un trascorso sportivo

sull’instabile equilibrio di stampelle

piantate nella neve

avanzo tra le pieghe di un canale

che ha nome Navile

e supero una casa di manovra

ridotta in rovina

davanti ad un castello familiare

svoltata una panchina

m’immetto s’un viadotto secondario

che sbuca dentro a un lago artificiale

dove se ne stanno radunate

chiassose paperelle

che sbattono le ali per il freddo

e un popolo di padri infervorati

trascinano sui dossi

i loro slittini verniciati

o altri strumenti di fortuna:

teloni e materassi

coperchi e copertoni

perfino i sacchi dei rifiuti

su cui scendono in picchiata

coi figli stretti in braccio

quand’ecco che anch’io… lo faccio:

mi lascio sprofondare a peso morto

nel calco del mio corpo

e vi resto così

sospeso ad ammirare

l’altrui vitalità

Al punto che vorrei lasciarmi qui

a un metro dalla terra sigillata

nel vetro di quest’urna immacolata

fino a quando non si scioglierà

IL MULINO DI ANDRETTA

A Franco Arminio

Irpinia d’Oriente

sepolta pianura di colline

su cui svettano le pale

ed il vento serpeggia

alle spalle mi assale

sospinge le mie rotte

ed io, moderno don Chisciotte

assalto il mio mulino

ne affronto il metallico stridio

il rollio minaccioso delle lame

come quando, bambino

mi atterriva la bufera che abboccava la palma

così mi raggela questa eolica salma

il ferroso lamento

di questo sito su cui l’uomo stoccherebbe

ogni specie di rifiuto

di questa terra su cui il vento ancora soffia

un arcadico segreto

SUL PONTE DEI POETI

Versi tratti da Apollinaire, Majakovskij, Brecht, Prevert e Celan

Ponte Mirabeau (Parigi), aprile 2011

“Venga notte, suoni l’ora

i giorni vanno, io non ancora”

Mi chino a declamarti questi versi

che qui scrisse Apollinaire

con il cuore che scampana

ed un astro nelle mani

che ripongo nelle tue

nell’istante della mia dichiarazione

intravedo innanzi a me la Tour Eiffel

alle spalle un aerostatico pallone

ed in fondo a tanta gioia… un dolore

Qui, sull’onda che ripassa

altri son passati innanzi a noi

spiriti romantici e ribelli

nell’era delle lotte e delle guerre

all’infame buonsenso;

artisti e sognatori

che sapevano lo scampanio delle parole

la parola che galoppa a cinghie tese

e mostra persuasivo il pugno…

E noi, in confronto a loro?

No, Lilia mia

malgrado il nostro amore

tu non sei la mia Lil’ja

né per noi striscerà

mai alcun treno a leccare

le miei mani senza calli

o i tuoi piedi così lisci

noi che cambiamo più scarpe che strade

i giorni li corriamo seduti

e a sera ci stringiamo sul divano

nostro territorio di conquista

all’avamposto della vista

delle nostre proiezioni

noi, così estetici e gentili

ci stordiamo con la testa sul cuscino

invece di essere altrove

lontano, più lontano della notte…

Venga notte, suoni l’ora

i giorni vanno, io non ancora

adesso si: ci congediamo

dall’onda stanca degli eterni sguardi

e da un poeta che qui la fissò:

lui che aveva sopportato

la vista delle fosse

i corpi fatti ossa

lui che aveva masticato

il fumo della carne

la sabbia delle urne

di fronte a questa stesa

di acqua indifferente…

No Lilia mia

davanti a questo niente

lui si gettò

PRESAGI D’INVERNO IN UN POMERIGGIO D’ESTATE

Porto palo, agosto 2011

Due ali che annaspano nell’aria

Un vecchio ombrellone che si spianta

e svolazza fra le dune

L’acqua che ad un tratto si fa scura

Son queste altrettante immagini

di un’estate che se ne va

qui a Porto Palo

sotto il faro di Sicilia

se prima me ne stavo in ammollo

ora mi attorciglio intorno al collo

il mio telo da spiaggia

quasi fosse una sciarpa di seta

o il cappio di una corda

con il mare che mugghia ed assorda

con il sole che ancora mi sdraia

non mi resta che ignorare

il rovescio imminente

Assuefarsi al presente…

Assopirsi nell’ora e nel mentre

il tempo si sta per guastare…

IL DIFENSORE DELLA CITTA’

Versione ufficiale

(in occasione della stampa del volume

“L’ingresso della società civile nei processi di mafia”)

I cento passi di corridoio del tribunale

percorre ogni mattina…

Si aggira con fare solenne

tra udienze affollate

dove il ricco e il potente

attendono assieme all’anonima gente

che saluta i propri simili

le proprie star di parenti

in gabbie che schiumano rabbia

a stento compressa nei Moncler

in Nike fresche di fabbrica

dentro camicie griffate

Lui li squadra ad uno ad uno

e dall’occhio murato e di vetro

da cui non traspare più il fondo

riconosce chi ha tolto la vita

là fuori, nel west del mondo

Una volta, contro uno di loro

per la prova del danno morale

ha citato perfino Gomorra

ricevendone dietro alla sbarra

un profluvio non proprio augurale

E l’arditezza lo ha spinto a tal punto

da immortalare le mute sue scene

– le carte prodotte alla Corte –

in un manuale

che adesso consultano gli Enti

si trova in libreria

si studia all’Università

Il Sindaco in prima persona

seduto col Procuratore

lo ha definito, durante un convegno:

“il difensore della città”

E lui non appena ha finito

si emargina dentro una stanza

posta di fronte alle aule gremite

in cui i vivi giudicano i torti

e si perde nella lettura di rassegne

dei fatti di cronaca nera

di quanti quel giorno son morti

ACQUARELLI DI MEMORIA NEL VILLAGGIO DI GOMORRA

Con Sergio passeggio sulla via del mare

dove un tempo raccolsi il primo bacio

e il biglietto si staccava

per entrare con la macchina

dentro un parco dell’amore sulla sabbia

Ora una ruota panoramica gira solitaria

tra le note assordanti di una cassa

stanno due avventori

un padre col bambino

davanti ad un vuoto botteghino

In piazza, vistose ragazzine

sfilacciano chiassose

nell’aria epatica e rafferma

Sul molo, mi sporgo e mi rivedo

nel film di me che piccolino

issavo granchi enormi

con qualche pesciolino

fin quando non collego

che è stato proprio qui

su questa via sabbiosa

che Ciro “Pisellì”

con Marco in motorino

girava quella scena di Gomorra

in cui faceva il verso alla camorra

In spiaggia, una diva di dieci anni

festeggia la prima comunione

in abito da sposa

e dietro alla sua scia

uno stuolo di fotografi in frac

Nessuno attorno a loro:

le onde marroni

i palazzi putrescenti

e un tramonto rubino

che mi mozza il respiro

come quando, bambino

in cima alla mia torre

con papà che fumava

si aspettava la cena

sospesi su una panca

su distese di pineta e di oceano

LA VITA DI CHIUCHIU’

“Il Chiuchiù è un uccellino

della specie canarino

che a guardarlo è più carino

di un bisbetico bambino

lui non dà tanti bacetti

ma non fa i pernacchietti

vuole bene a zio Gigino

ed è un grande canarino”

Ripeto questa breve filastrocca

semplice e un po’ allocca

com’eri tu:

un bambino tuo malgrado

per uno scherzo

spietato

del destino

E direi che mi vieni accompagnando

mentre varco il giardino dei miei avi

io mi scopro a conversare con me stesso

tra rami senza foglie

nell’aria intirizzita

avanzo in mezzo a tronchi senza rami

e in tralice ti scorgo

tra gelide fessure

tra fredde feritoie da cui mi osservi

o forse mi confondo:

sarà che il gruppetto dei miei vivi

si sta sempre più assottigliando

e presto sarà tempo

che io parlerò con i morti

in questa millenaria mia città

vagando come un pazzo

dentro un dedalo di storie

oppure, come scrisse un gran poeta:

dentro un cimitero di memorie

Ma non fu sempre così:

un tempo c’era stato

che il parco era in fiore

ed io mi rivedo spensierato

librarmi lungo i viali

costeggiati dalle ortensie

rotolando dai terrazzi

per sfidare il ticchettio del tuo orologio

intanto che staccavi la cicoria

per i tuoi canarini

scoccava il cronometro del tempo

la lancetta puntata

sulla mia gioventù

ed io che mi rivedo circondato

dai Chicco e dai Lallo

ti ricordi di Dundù?

Scugnizzi che mi presero con loro

in mezzo ad una strada

diretta… non si sa:

forse ad una brada perdizione

o incontro alla mia felicità

io non saprò mai

ma ricordo che la nonna apparecchiava

e Chiuchiù, in gabbia, che trillava

le sue note in tutto il parco

ed io, riscosso al suo richiamo

che salivo fin su casa

– le scale a due a due –

con un dolce languorino nello stomaco…

“Ueuè”, mi salutavi

dirottando su di te la mia attenzione

ed io, da bravo scolaretto

mi sedevo riverente al tuo cospetto

annuendo ai tuoi trionfi

e al romanzo delle imprese

che a tavola ci stavi a propinare:

a sentirti tu sei stato un suonatore

un fotografo e un pittore

un poeta e un giocatore

ma in fondo, già allora lo avvertivo

sei stato solamente un sognatore

Poi gli anni presero il galoppo

e una brutta zoppia

fece il paio ad una frenesia

che ti spinse prima a Genova

poi ad Ancona

poi a Napoli ancora

in una smania di fuga incontrollata

per finire tra le grinfie

di un torvo incantatore

che ti apprese tutti i beni

e tramava perfino di farti seppellire

quando noi ti ritrovammo

per scortarti appena in tempo

in un luogo più sicuro

che tu cionondimeno mai accettasti

protestando a squarciagola

la tua antica libertà

con affanni che non valsero

che a renderci più sordi

salvo a ricacciarti dal cilindro

come fossi una mascotte

alle feste e ai compleanni…

E penoso era vederti

sotto il braccio di papà

rassegnato all’ora d’aria

della tua libertà

trascinare le tue gambe

e fra loro il tuo mistero

finché non hai trovato

più allettante il pensiero

di farla finita…

E adesso che raccolgo le tue cose

e controllo i pochi effetti

che ai posteri hai lasciato

io mi chiedo a che sia valso il tuo rancore

mentre scorro vecchie foto

e leggo i rari versi

che vergasti in un taccuino

e che non oso – bada bene – definire poesie

perché non valgono niente

proprio come le mie…

Ma non crucciarti, zio

in men che non si dica

di te non resterà che un ricordo

piccolo e offuscato

un moschino sulla bocca della gente

un puntino nella mente di qualcuno

di un vicino o di un parente

e poi, un po’ più in là

non resterà più nessuno

a ripetere il tuo nome

a sapere il tuo caso scalognato

il tuo neo sulla guancia

il tuo naso rincagnato

ed allora sarà come

non essere mai stato

così, semplicemente:

per il mondo carnefice e spietato

per la vita che in futuro allignerà

muori in pace, zietto

tu non sarai mai nato

TRA NAPOLI E L’INFINITO

Mi spingo nel ventre di Napoli antica

come nel corpo di una amante perduta

incontrata per caso

e seguita fino a casa

Poi mi spengo tra i vicoli oscuri

dove il cielo è una cornice di balconi

che mi sembra di sfiorare con un dito

tra bianche lenzuola e l’azzurro infinito

In piazza, un pallone mi raggiunge

ed io lo reindirizzo, con un calcio ben piazzato

verso un gracile scugnizzo

la cui foia mi trascorre nelle vene

sangue di ragazzo

Il pianto di un lontano pianoforte

nell’ultimo via vai del pomeriggio

mi assale tra uno sbattere di porte

e di saracinesche al mio passaggio

IL SEGRETO DI PARTENOPE

Stamane, passeggiando a testa in su

sono sceso fin giù Napoli

dalle arse scalinate del Petraio

ai budelli degradanti dei Quartieri

sono giunto a Mergellina

quand’ecco che mi giro

e innanzi mi si para

una splendida vetrina

variopinta e rumorosa

che però dopo un poco già mi pare

una foto in bianco e nero

una vecchia ed ingiallita cartolina

Ed è allora che mi sveli il tuo segreto:

la tua voce mi coglie impreparato

ondeggiandomi alle spalle

una stanca melodia

(nel perenne andirivieni

di un uguale movimento

sta la chiave della tua immobilità)

una fiacca litania

che condusse la tua gente

a ingannare con astuzia e fantasia

o a votarsi alle credenze

ai prodigi o all’alchimia

e a sentirsi fluttuare in fondo al cuore

un’anarchica allegria

che d’un tratto si rabbuia

sboccando in rabbia cieca

oppure in un male più sottile:

una malinconia

di cui non sa spiegarsi la ragione

e che allora tiene dentro

quasi fosse una scalogna

ma che invece dai suoi tratti le traspare

ed ognora la costringe a ricordare

con orgoglio e frustrazione

che la sua è una stirpe fiera

di poeti e di cantori

di filosofi e dottori

di menti le più aperte e liberali

che unite formerebbero

una lega di fratelli

e non un’accozzaglia di gemelli

di una stessa sconosciuta genitrice

di cui non percepisce più l’amore

e che allora disconosce

quasi fosse una vergogna

della quale trovo tracce ogni mattina

allo specchio del mio piglio un po’ spavaldo

che mi serve a camuffare questa gogna

o alla vista della solita vetrina

di vicoli e lenzuola

di azzurra cartolina

o di un mare dai riflessi di smeraldo

nei cui abissi remoti

tu allatti i figli tuoi

tutti tu li svezzi

e a riva poi abbandoni

senza fare distinzioni

sirena degenere

madre snaturata

tra il sano e una carogna

PARTENZA ALL’ALBA

Gli occhi velati di papà

rivolti al finestrino

e il tassista che parla, parla

mentre io, dalla sua vettura

saluto la città

e ripasso le mie attese

ad uno ad uno tutti i miei imperativi:

la mia ferrea volontà

di tenere allacciati tutti i fili del passato

di tenere incollati i vari pezzi del mosaico

che compose la mia vita

trascorsa al di qua

sulla breccia di un presente

che rapido mi sfreccia

come i fili di metallo di questo guard rail…

E mentre mi dico soddisfatto delle imprese

quella lettera M che m’incombe davanti

cupa e minacciosa

coi suoi fianchi rosseggianti verso il basso

la città che di sotto ancora dorme

le luci dei lampioni

le torri di giustizia così tetre

dove s’agita qua e là lo spettro mio

e una fitta in fondo al cuore

che ha un sapore di sconfitta

mi accompagnano lungo la corsa

di questo mio ennesimo addio

PROMESSA DI FIGLIO

A Napoli,

all’indomani dell’elezione di De Magistris

e dell’ennesima emergenza

Napoli, Napoli, quando imparerai

che la libertà di ciascuno

scaturisce dal rispetto altrui

forse quel giorno laverai i tuoi panni bui

Napoli: solo allora splenderai

Sto davanti a una montagna di sporcizia

qui a Toledo

che schifezza ’sta munnezza

che mappina, che latrina

ma poi penso che di scarti sarò fatto anche io

i tuoi liquidi mi circolano dentro

nelle viscere fermentano

liquami nauseabondi

che un giorno spero proprio di poterti riversare

terra mia

visto che null’altro ho più da offrirti

Poter tornare in te, come un figlio pentito

e rientrare nel tuo ventre

tra coloro che son rimasti

nel tuo molle terreno

per fargli anch’io da concime

madre mia

per dargli anch’io il mio veleno

GIOCATORE DI PAROLE

Sorpreso ad ascoltare?

Scarta!

Sospeso ad ammirare?

Cala!

Deposto nell’umida terra

ed esposto in amniotica serra?

Cala!

A un metro dalla terra sigillata

e nel grembo di quest’urna immacolata?

Scarta!

Nel grembo o nel lembo o nel limbo?

Nel retro o nel vetro o in vitro?

Nel vetro di quest’urna immacolata

Cala!

Giocatore di parole

che peschi dal mazzo delle tue verità

le carte di un’estetica bugia

e cali una poesia