CON SIMPATIA

Caro padre Filippo

luce nella tormenta

dell’anima mia

mi ricordo passavo da te

prima per celia

poi, con simpatia

per estrarre da te la Parola

e scorgerne il senso

dove non c’è

O forse al di là

dei nostri perché

abita la Verità?

Ed in verità

i ma ed i se

celano a noi l’Aldilà?

Mi ricordo tornavo da te

prima con noia

poi, per nostalgia

per carpire da te una parola

quale che sia

ed estorcerti quella risposta

che tuo malgrado

non feci mia

Ed ora che il feretro è chiuso

mi lasci un bagliore confuso;

di tutto il Sapere tuo Santo

mi resta il barlume di un lampo

Mi resta la tua simpatia:

il tuo esporre alle pretese della gente

e il tuo opporre alle difese della mente

la medesima speranza sorridente

IL TEMPO DELLE IDEE

a Rosario

Ricordi, maestro

il tempo delle idee

che ci vide compagni

di scuola e di segno

per cinque lunghi anni

a ostentare un contegno

che ci volle diversi

fieri e sprezzanti

che ci rese distanti

dagli altri?

Ero ancora un ragazzino

quando ti conobbi

educato a una vita servile

che allora tu usavi schernire

come piccolo-borghese

(divisa tra casa e chiese)

quando mi apparisti

come un angelo biondo

venuto ad annunciare a noi perplessi

la rabbia degli umili

degli oppressi

E i chiassosi cortei

la tua voce al megafono

e gli scioperi a oltranza

le tue idee di libertà e di uguaglianza

che invocavi “sostanziale”;

la tua voce, scandita e poderosa

dai banchi della classe

che impietosa denudava i professori

smascherandone, da sotto il vestito

vizi e pregiudizi

che storcevano la loro in un grugnito

Per cui stona, adesso, vederti

così: riempito e accomodante

un misto di folclore e velleità

sei stato un liceale imbonitore

è questa la realtà

e nel piatto che con noi tu ora mangi

io leggo

che il tempo delle idee è finito

o non è mai esistito:

chissà che fosse poi soltanto

una forma o un rito

per lustrarci la coscienza

Ricordo, tra tanti, un mattino:

tu cacciasti di tasca un fogliettino

di carta, per mostrarci, in metrica scandita

la ferita che t’inferse un vecchio amore…

Proprio allora sentii un brivido nel cuore

che ancora come allora conservo

più di tante parole, maestro

più di tanti proclami

più di tante lezioni!

UN POETA BORGHESE

Mi scusi se parlo di storie da me contemplate

dal chiuso di questa mia stanza ovattata e saccente

se al caldo di questa finestra io scruto la gente

in cerca di umane risposte, sovente affrettate

Son certo che lei mi comprende se dico ci sta

un regno dell’anima, un luogo, o quello che sia

che viene quest’oggi assalito da fine apatia

o meglio da un senso sottile d’inutilità

Son figlio di questi miei tempi e ho mille pretese

e sputo nel piatto ove mangio: perdoni la fame

ma invero diciamolo pure: cos’altro rimane?

Lei scriva senz’altro che sono un poeta borghese!

IL NOSTRO AVVENIRE

a Giuseppe

Son sceso stamane di corsa

a renderti onore

amico paterno

L’idea della morte mi sprona

mi sgombra la via

In chiesa, l’ovvia omelia

di un prete ciccione

che crasso si bea

dinanzi all’assurdo

Ti guardo: dal volto defunto

consunto, di legno

non alita soffio

o segno

di quel che sia

Ti chiedo: dove più sono

quei bravi consigli

con cui ci esortavi

ai nostri doveri

di figli

intenti a crearci

il nostro avvenire?

Ti seguo, e sul tuo funerale

si avventano i raggi

– aguzzi miraggi –

di un sole sciacallo

SONO UN POETA (ripresa)

Sono un poeta

ma esserlo è una tortura:

questa natura

traduce ogni singola azione

in avventura

Mi presento, sono un poeta:

un esteta con malinconia,

un atleta senz’altra energia

che non sia il pianto a guidarne la mano,

un artigiano di rima e stornello

che lavorando di lima e scalpello

trasforma la prosa volgare

in prosodia

Un sognatore… un poco speciale:

perché non vagheggia il futuro

ma vaga su ciò che è presente

e dentro al passato divaga

Poiché l’ho già detto, sono un poeta:

sia tra le fauci del sole

che sotto una falce di luna

io proseguo se gli altri si fermano

là dove gli altri proseguono

io mi soffermo!

SARA

Sara, quel che sarà

di noi qui nel Kent

non oso pensarlo

perché già lo so

ti sfumerò:

la nostra amicizia

bruciando nel tempo

finirà in fumo

Forse sarebbe opportuno

dirci ora addio

però me ne manca il coraggio:

insisto per esserti amico

che è peggio

Cos’è, ancora non vai?

Flettono i raggi del giorno oramai

scoccano frecce veloci:

come scorriamo felici

epperò… come trapassa fugace!

Sarà che per quanto ti ami, Sara

per quanto in cuor tuo mi abbia amato

noi due non si può andare assieme

e perciò… noi due si appartiene al passato

MALINCONIA

Malinconia

non mi lasciare

ti prego

non andar via

tu che mi mostri la vita

come un’amara finzione

come una mera poesia

Non posso dire di stare poi male

in questi giorni così fortunati

in cui faccio amicizie, vivo emozioni

ed incremento le mie collezioni

Ma c’è qualcosa che un po’ mi trattiene

come un guardiano o un fratello maggiore

che rimandandomi a un tempo peggiore

me ne trasmette la nostalgia…

Perché questo sei, malinconia

mia innata attrazione

mia ultima spia:

ti prego ripetimi ancora

a me che sto a illudermi ognora

che vivere è mera finzione

che vivere è amara poesia

ORLANDO

Vaghiamo nella città morta

come lupi famelici

o cani bastonati

vagheggiamo le stelle di una volta

che risplende al chiaro della luna

Come cani randagi

o avidi pirati

rastrelliamo la città viva

in cerca di un cimelio

chiamato… Verità

Se giochiamo a tennis-tavolo

la racchetta spicca il volo;

se parliamo poi di guerra

inneschiamo in noi una bomba;

di sera pediniamo le signore

e imbuchiamo dolci lettere d’amore

Che strano tipo sei, Orlando

che tiri avanti con pochi spicci al mese

Domani non vorrei

però, dover apostrofare

la tua “Etica dell’annichilimento”

come estetica di un brado fallimento!

Ti prego non smarrire     il tuo immenso talento

tra la folla di città     che lo reputa un aborto

ma resta finché puoi     genio di scarto

SERATE NICHILISTE

A Orlando

Vivere

questo sopravvivere

a naufragi di serate

che se nomini

già non sono più

E noi le abbiamo soprannominate

“nichiliste” le goliardiche serate

nelle quali come illusi pasturiamo

due pesci già abboccati:

due appesi all’amo

Accedendo dalle soglie poco esposte

alle luci che di notte son rimaste 

rovistiamo tra gli avanzi delle feste

per spartirci poi un bottino magro e triste

DANIELA

Convegno per Carlo Bernari

Napoli, Teatro Mercadante

28 febbraio 2000

Daniela

nipote virtuosa di un grande scrittore

chiamata stamane

a celebrare la sua dignità

io ti accompagno, da amico impotente

nel tuo cammino di libertà

che è con la gente, Daniela

e tra la gente

la tua casa dimorerà

Io ti accompagno, con ansia crescente

lanciandoti strali d’amore

come spire impazzite e grottesche

nell’intento di stringerti il cuore

A ciò che purtroppo son io:

autore modesto, afflitta memoria

in cerca di un poco d’affetto

più che di gloria

che scorge nel suo fallimento

la tua vittoria

ZINGARI IN CONDOMINIO

Ho sposato la tua necessità

rinunziando al mio libero arbitrio:

che sia fatta di Dio la volontà…

Per tanti anni ho sospirato deragliare la mia sorte

da un binario dal tracciato stabilito

che ha scandito le sue tappe dentro un lugubre presagio:

come mappe di una mia condanna a morte

Non temere, non vorrei farti spavento, mon cherì

mia ciccina che rassetti in ogni stanza:

voglio dire che si vince col talento, tutto qui

e non credo che ne avremo mai abbastanza

E’ per questo che al mattino quando è festa

io mi alzo con un forte mal di testa

nel ricordo ancora impresso di un miraggio

Ne hanno fatto di strada i nostri appunti di viaggio

che annotammo a piedi nudi per il mondo

per finire impaludati nel borghese raziocinio

di due zingari accampati in condominio

Di due zingari accasati per amore:

ci alziamo al mattino spogliati di un sogno

ma a sera caschiamo abbracciati, dal sonno

e usciamo gasati col nuovo coupé

fingendoci evasi dal mondo, io e te

in mezzo a persone inquadrate e noiose

con cui discettiamo di case, di cose

e gli anni che insieme ci arrestano

mia sposa, amante e amica

da oggi per noi fuggiranno

contro ogni nostra fatica

 CICCIUZZA

Cara…

Venere formosa

Maja mia desnuda

Madonna mia focosa,

comica cagnetta

romantica ranocchia

gattona spiritosa,

libero aquilone

pronta crocerossa

aquila precipitosa,

dolce pettigrosso

Vorrei dirti una semplice cosa:

se domani sarai la mia sposa

non guardare ai miei lirici parti

come ad intimi porti

o ad ermetiche porte

Ti parrebbero sterili arti

metrici aborti

lettere morte

Perché tu sei la vita, Cicciuzza

solo tu mi fai essere forte

Non appena vi è entrato il tuo cuore

il mio letto di ghiaccio hai scaldato

hai scacciato di stanza la puzza

hai scrostato dai vetri la muffa

Vuoi sapere perché mi diletto

a chiamarti Cicciuzza?

Perché esprimo con beffa il concetto

che per me tu sei tenera e buffa

Oltreché sono io il tuo buffone!

Mi mordicchi le dita e la faccia

rannicchiandoti sotto il mio viso

come dentro a un rifugio di guerra

E stringendomi tra le tue braccia

mi persuadi che c’è un paradiso

beh… se non altro con te sulla terra!

Ti ingarbugli tra Concha e Lorella

tra Cleide, Dolores, Hervé

le cui bozze sciogliamo poi in bella

mentre i versi miei scegli con me

Io con gli schemi miei a iosa, tu con la tua fantasia

tu con la penna tua ariosa, io con la mia prosodia

da soli firmiamo un’estetica prosa

uniti formiamo la nostra poesia

IL RICHIAMO

Sergio

prodigo figlio

pecora nera

dal cuore libero

e la mente prigioniera

di capricci e manie

dei tuoi labili intuiti,

le tue smanie e isterie

i tuoi corto circuiti…

Sei stamane tornato dal tuo grigio confino

più nero di prima

e ancora ci porti in regalo

la rabbia tua schiva ed ostile

tanto più vile

in quanto si nutre di insulti

minacce, ricatto puerile

E mamma costringi al timore

mentre tuo padre si stringe al dolore

perché non ti riesce a guarire

Ed io, che ti sono maggiore

ti oppongo l’esempio mio retto

ma a volte mi frena il sospetto

che in fondo tu abbia ragione

a dirti contrario all’attuale miraggio

di quest’ingranaggio che ci conquista:

il tran della vita col suo binario

di corsa arrivista

Posso io deplorarti

se a solo trent’anni d’età

raccolgo frammenti di felicità

da questi lamenti miei sempre più rari

di amara poesia?

Domani, quando andrai via

con te partirei, mio esule amico

 …all’alba di un nordico sole

prenderemo senza parole

la via del ritorno più folle:

salendo a ritroso la nostra memoria

proveremo a rifarci una storia

da Napoli a Porto Tolle…

Né ti parrei ciò che sono ora:

un figlio posato che mai dà pensiero

di mente libera

ma di cuore prigioniero!

VIA TASSO

I

Mio padre, di primo mattino

si veste, poi sale in giardino

e inizia a estirparne l’erbaccia

finché non ha il sole di faccia

Mia madre a quell’ora è in cucina

nel limbo in cui crebbe bambina

e attende di cuocere il latte

ai figli che tardano a letto

Ed io che sbadiglio al lavoro

forzato alla sorte…

…in cima a una torre d’avorio e cemento

uguale un recluso che evada le carte 

e finga una parte alla quale sia aduso

la pratica ostento di un ruolo da esporre…

e annoto, di rosa e di alloro

appunti di morte

II

Ricordo, un radioso mattino

la fiera agonia di un micino

sbranato da mostri ringhiosi

e i nostri singhiozzi pietosi

Fu Franco, vecchio portiere

e nostro inquilino

a compiere il triste dovere

di scenderlo dentro al giardino

Lui dopo fu chiuso nel marmo

ed io nel suo letto ora dormo

insonne, fino al mattino

mi attardo a rifare ogni notte

i conti col nostro destino

E poi che m’instrada il rimorso

e accelero il passo…

 …volgendomi indietro, nel tempo che muta

ridotta a un puntino intravedo mia madre

uguale a sua madre quand’ero bambino

che mi saluta, dall’ombra del vetro…

Ed io che m’immetto sul Corso

saluto via Tasso

L’ALBERO

Sandro, figlio evasivo

il tuo affetto è così riservato

così schivo

che a volte mi pare… affettato

Fratello a me speculare:

sei uno specchio che un po’ mi riflette

ma da cui non traspare

Dentro a un forziere di chiuse emozioni

dietro ai sigilli segreti del cuore

non so se dimori il cinismo

o alberghi l’amore

se alloggino sani pensieri

o invece si annidi il rancore

Quando ti lancio un segnale d’intesa

sei reticente:

perché il nostro affetto ti pesa?

Quando in famiglia si parla ad oltranza

sei come assente:

cos’è questa tua lontananza?

Quando poi l’aria tra noi si fa tesa

non dici niente:

è forse una tua autodifesa?

E’ forse il modo tuo di condannare

usando il contrappasso come esempio

coloro che hanno il torto di ascoltare

chi grida, più di chi chiede in silenzio?

Non so, né lo voglio indovinare;

preferisco senza dubbio raccontare

le partite tra Papònt e suo fratello

le epopee di Jim e Brutus

Mammone Bello

e ricordi la crociata universale

del bene contro il male

condotta contro il vento di Leaode

dal solido e roccioso Kauboyano?

E ci pensi ancora al Papto pendolare

tra Napoli e Nerano?

Ahi, fantasmi dell’infanzia consacrata

fratello, eroi di quell’età di fantasia

dei quali non ci resta che l’annuncio

di questa necrologica poesia

Ti auguro di non scordare mai

quel loro un po’ infantile testamento:

Siam figli appesi a un ramo non eterno

io e te

da cui ci staccherà un soffio di vento…

Siam foglie appese all’albero paterno

finché

non ci disperderà il cattivo tempo