SOLITUDINE

Dai vetri di una finestra

guardare il mattino passare

e sorridere al sole

sospirando la vita 

Sui ricami di un cuscino

ricordare esperienze mai vissute

e sorridere al sogno

sospirando la realtà

Fissare con rancore uno specchio

e scoprire gli occhi più gonfi

Aspettare impaziente domani

e sentire che tale resterà

LE NOSTRE SERATE DI NECESSITA’

Ancora non mi è passato quell’odore di pizza

che saliva dai piatti

che mangiavamo con gli occhi

che saziava un’attesa durata sette giorni…

E le risa della gente

ipocrisia senza volto

mondi lontanissimi

come lame che si piantavano dietro alla schiena

come calze che rapivano il mio sguardo distolto

pornografia senza volto

mi provocavano disgusto

mi procuravano dolore

mi obbligavano a ridere

E quante risa abbiamo fatto

superando uno sforzo iniziale

nel tentativo di afferrare

quell’odore che ci nutriva

Io

un tavolo

quattro amici…

Ognuno su di una strada da percorrere in solitudine

ma attesi a un incrocio comune:

la necessità di vivere! 

MAMMA

Mamma

io con te

quotidianamente

vivo il mio rimpianto

giorno dopo giorno

vorrei abbracciarti

ma resto immobile a guardare

la tua solitudine

E il tempo passa

in questa casa dove noi viviamo

in questa casa dove tu non vivi

tra mobili e anticaglie

mobile anche tu

oggetto antico

ricordo del passato

memoria di gioventù

E ti guardo immobile

dal mattino quando ci chiami

alla sera quando svieni

prostrata

su una sedia

E ti guardo immobile

ogni volta che ci chiami

e di ascoltare non abbiam voglia

e di ascoltare non abbiam tempo

E il tempo passa

mamma

e tu eterna non sei

come eterno non sono io

però eterno è il rimpianto mio

che vivo quotidiano

vorrei abbracciarti

vorrei gridarti:

“grazie”

ma resto immobile a guardare

la tua solitudine

VALERI’

Il treno si fermava alla stazione

il sole diffondeva il suo saluto

col cuore traboccante d’emozione

capivo che il momento era venuto

scendevo giù dal treno ed eri lì:

ma ancora non ricordi, Valerì

Stavamo quella sera in pizzeria

ridendo dell’infanzia e del passato

stavamo quella sera in allegria

bevendo tutto il vino d’un sol fiato:

non credo di aver riso mai così

ma ancora non ricordi, Valerì

Credevo l’indomani luminoso

toccassi il paradiso ad Albarella

credevo fossi io quel tuo moroso

e tu mostrassi a me quant’eri bella:

credevo la mia vita fosse qui

ma ancora non ricordi, Valerì

E a sera, trattenendo lo sconforto

ti offrivo il sentimento mio più vero

che tu, facendo tenero il tuo volto

stimasti come un vezzo passeggero:

non credo di aver pianto più così

ma ancora non ricordi, Valerì

E all’alba preparavo la partenza

sentendo la tristezza venir meno

ancora rifiutavo la sentenza

fissando le due torri dal mio treno:

sentivo che sarei tornato lì

ma ancora non ricordi, Valerì

E in seguito non mi hai più richiamato

scordando la promessa di un impegno

che in nome dell’infanzia e del passato

non anche dell’amor ti chiesi in pegno:

mi par tu dica “è giusto più così”

ma ancora ti ricordo, Valerì

AL PARCO DELL’AMORE

Tra cumuli di spazzatura

e montagne di sabbia

eccoci qui, al parco dell’Amore

a raccogliere il fiore

di un bisogno legittimo e sano

di un sentimento umano

che è l’amore, che è l’amore

e sono attimi regalati dal cuore

e sono attimi di dolcezza infinita

com’è con te la mia vita

E quando mi stringe il tuo corpo ansimante

e delle tue palpebre bacio il sapore

e quando mi guarda il tuo occhio tremante

e delle tue lacrime bevo l’umore

dai finestrini appannati dell’auto

scompare lo squallore

la folla di auto scompare

e si sente il rombo del mare

e le stelle ci parlano

e la luna inizia a cantare

le note di una sospirata solitudine

Oh, che romantica inquietudine incute questo posto!

Sarà che fuori fa freddo

e la notte induce prudenza

ma noi ci stringiamo al calore

della nostra incoscienza

E quando il cappotto sui corpi ormai giace

e tu ti abbandoni a dormire con me

esprimi concetti cui sono incapace

che provo a capire imparando da te

E come la madre col figlio

e come un figlio appena nato

e come la madre col figlio

e come un uccellino spaesato…

E’ soltanto con te che le ali del mio cuore

io provo a spiegare

E’ soltanto per te che al parco dell’Amore

io imparo a volare

IL DEMONIO CHE E’ IN ME

Il demonio che è in me vive

sapessi come vive

e davanti allo specchio ride

ride forte di me

E mi vuol dimostrare

con beffardo rancore

che non ci so fare

e ne provo dolore

E mi vuol ricordare

con testardo furore

che devo lottare

e ne provo timore

Il demonio che è in me muore

ma il suo silenzio mi pesa:

sapessi quanto mi è amaro

questo sapore di resa

LE DUE BARCHE

Scrutando al tramonto

il mare profondo

io vedo due barche

e un sogno assecondo

 L’una verso l’altra

l’altra verso l’una

che entrambe non si vedano

possibilità nessuna

E tanto si avvicinano

che pare che si cerchino

e tanto si avvicinano

che pare che si tocchino

E come non si toccano

non sai neppure tu

ma certo si allontanano

per non vedersi più

Che l’una stia girando

e stia tornando poi

mi illudo e mi domando

rivedrò gli occhi tuoi?

Scrutando al tramonto

il mare profondo

le barche scompaiono

e un sogno va a fondo

MADRE SFIDUCIA

Madre Sfiducia mi sveglia al mattino

quando la luce mi fa capolino

dalle tendine di questa mia stanza

e nella mente che esanime danza

ai ritmi alterni di sonno e sbadiglio

nella penombra che induce al consiglio

di stare a letto assuefatto al tepore

e della vita assopire il dolore

E quando il sole nel cielo si è alzato

Madre Sfiducia mi rende frustrato

volando ai viaggi che so non farò

alle esperienze da cui partirò

questa mia vita riflessa additando

fatta di mani sul telecomando

fatta di schermi dai quali traspare

un’esistenza che sto a contemplare

E quando sembra che valga la pena

Madre Sfiducia mi mostra la scena

del mio annaspare nei sogni focosi

come una barca fra urlanti marosi

che indotta forse a più mite istruzione

trova nel porto un riparo al ciclone

e guarda il mare con triste apatia

senza tentarne con questo la via

E quando il buio la luce divora

e la lancetta mi annuncia che è l’ora

entro nel letto con chi occhi di pianto

che il sonno presto socchiude d’incanto:

penso a quest’oggi cui ebbi sperato

al mio domani cui avrò rinunciato

Madre Sfiducia mi copre con zelo

e della notte mi anticipa il velo

SORELLA MORTE

Quando la vita ti è dura

quando la sorte

infesta e infedele

t’incute paura

sorella morte è un modo

cruento e stremato

di sciogliere il nodo

e riprendere fiato

E’ uno scendere al fondo

sommesso e prostrato

e un salire da capo

E’ un modo orgoglioso

austero e appartato

di patire il dolore

Quando la vita

infesta e infedele

congela il tuo cuore…

Sorella morte è un modo

estremo e crudele

di trarne calore

LUCI DELLA NOTTE

Il tempo passo ancora

nella quieta oscurità

poggiato alla finestra

estatico a mirare

queste luci di città

che discendono al mare

E a loro chiedo ancora

se è vero che la sorte

sia vivere una vita

di spine e di catene

se è vero che la morte

sia in fondo a queste pene

Piangendo disperato

se scorgo nella notte

la gelida sentenza

Ridendo disarmato

se leggo nelle luci

uguale indifferenza